OLTRE I NUMERI E I PASS STAMPA: SE IL SOCIOLOGO CONTA I PRESENTI, NOI RACCOGLIAMO LE VITE SPEZZATE

Capita sempre più spesso, scorrendo i social, di imbattersi in fotografie di noti sociologi ed esperti di religioni che partecipano sorridenti ai grandi congressi delle minoranze religiose.

Esibiscono pass stampa, sorridono davanti agli obiettivi e si affrettano a pubblicare cifre oceaniche sull’affluenza sugli spalti: migliaia di presenti negli stadi o nelle arene, e altrettanti collegati in streaming. Documentano l’evento con il distacco e l’entusiasmo di chi assiste a uno spettacolo di successo.

Per chi è uscito da quelle stesse realtà a caro prezzo, pagando con l’isolamento totale dagli affetti più cari a causa dell’ostracismo, queste immagini sono come sale su una ferita aperta.

Ci si chiede, con un senso di profonda ingiustizia: “Com’è possibile che accademici illustri non vedano quello che c’è dietro? Com’è possibile che ignorino la oramai tanto appurata sofferenza?”

A chi si pone queste domande, diciamo: non perdetevi d’animo.

La risposta non sta in una complicità segreta, ma nella natura stessa di una certa sociologia accademica, che preferisce conformarsi ai salotti istituzionali piuttosto che guardare in faccia la realtà.

I dati dei sociologi contro i numeri del dolore

C’è una differenza abissale tra studiare un fenomeno e vivere la trincea.

Chi analizza i movimenti religiosi da una cattedra adotta una prospettiva puramente numerica. Guarda la struttura, la capacità organizzativa, la conformità burocratica. Per quegli esperti, i presenti sulle tribune dei congressi sono solo grafici e statistiche favorevoli da esibire per apparire conformi agli standard internazionali.

Mentre gli esperti sociologi delle religioni contano i presenti ai congressi, l’associazione Quo Vadis a.p.s. si trova a gestire migliaia di richieste di aiuto.

Dietro ognuno di quei freddi dati dei sociologi celebrati sui loro post c’è

una percentuale drammatica di persone che prima o poi vedrà il proprio

mondo crollare e cercherà noi di Quo Vadis a.p.s. disperatamente per trovare una mano tesa per un reale aiuto a rimettere insieme i pezzi della propria vita.

I sociologi studiano l’architettura delle organizzazioni; noi raccogliamo le vite spezzate che quella stessa macchina si lascia alle spalle.

Chi vive la realtà del supporto sul territorio sperimenta ogni giorno una frustrazione immensa. Le grandi sigle storiche o i comitati accademici patinati godono di risorse, libri stampati alla perfezione, video istituzionali e visibilità mediatica. Ma a cosa serve tutto questo apparato se la gente continua a soffrire nel silenzio?

Chi è in prima linea si ritrova a gestire un carico umano spaventoso con pochissimi mezzi. Ci si ritrova, troppo spesso, a dover rispondere a chi chiede disperatamente un’ambulanza potendo offrire soltanto un cerotto. Questo accade perché le risorse e le attenzioni vengono catalizzate da chi difende il “diritto astratto” delle minoranze religiose a imporre le proprie regole, lasciando le associazioni di volontari da sole a curare i traumi emotivi, familiari ed esistenziali dei singoli individui.

I sociologi non prendono minimamente in considerazione il fatto che nessuno ha il diritto di toglierti il “diritto a non soffrire”

Il paradosso del conformismo degli esperti è che, pur di difendere la libertà di un gruppo a esistere, si arriva a giustificare o a minimizzare pratiche spietate come l’ostracismo affettivo, derubricandole a “libere scelte organizzative”.

Ma la fede non può diventare una trappola.

La religione non può trasformare gli esseri umani in cattedrali nel deserto, svuotati di affetti, isolati dal mondo e privati del diritto fondamentale a non soffrire. Quando esperti e ricercatori prendono posizione pubblica per sminuire le testimonianze reali rese a viso scoperto da chi sta vivendo questo dramma – come accaduto persino nei salotti televisivi – non stanno facendo scienza: stanno facendo protezionismo ideologico.

Le medaglie dei sociologi non guariscono il dolore.

A tutte le persone che si sentono invisibili e tradite guardando le foto di sociologi sorridenti ai congressi, vogliamo dire con forza: il vostro dolore è reale, e la vostra voce ha un valore immenso.

Le analisi dei sociologi passano, i congressi finiscono, i post sui social scorrono via. Ma le storie di chi ha avuto il coraggio di riprendersi la propria libertà e di chi, ogni giorno, risponde al telefono anche nel cuore della notte per dare conforto restano. Noi non cerchiamo medaglie, riconoscimenti accademici o finanziamenti d’oro. Ci concentriamo sulla concretezza all’aiuto umano.

Finché ci sarà qualcuno che soffre nell’indifferenza di dotti esperti sociologi, Quo Vadis a.p.s. continuerà a essere quel porto sicuro.

Perché le persone valgono sempre, infinitamente di più, di qualsiasi sigla, istituzione, o minoranza religiosa.

Redazione Quo Vadis a.p.s.

Il presidente

Rocco Politi

LA MISSIONE DI QUO VADIS a.p.s. E’

TUTELARE LE PERSONE CIRCUITE E VESSATE DA

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