TESTIMONI DI GEOVA, LA SVOLTA SULLE TRASFUSIONI DOPO ANNI DI SOFFERENZE. L’EX ANZIANO CHE GUIDAVA LO SPIETATO COMITATO SANITARIO: “VOGLIONO L’INTESA CON LO STATO ITALIANO E I SOLDI DELL’8 PER MILLE”

Ho incontrato per la prima volta Rocco Politi circa quindici anni fa. Si è presentato alla reception della televisione. Non dimenticherò mai le brevi parole con cui mi ha salutato: “Non ho studiato perché il mondo doveva finire presto. Non ho un lavoro perché non c’era bisogno, il mondo stava per finire. Non ho una casa, né previdenza sociale. Che me ne facevo se il mondo stava per finire?”.

Rocco è stato per molti anni un anziano dei Testimoni di Geova (il corrispondente di un vescovo della chiesa cattolica), ha presieduto i terribili Comitati Giudiziari ed è stato il responsabile del Comitato di Assistenza Sanitaria (CAS). .

Dopo la sua uscita dai Testimoni di Geova a continuato a occuparsi di queste tematiche soprattutto con l’associazione Quo Vadis APS, che offre informazione, ascolto e sostegno a persone che hanno avuto esperienze all’interno dei Testimoni di Geova e ad altre persone interessate a conoscere meglio le dinamiche dell’organizzazione. L’associazione raccoglie anche molte testimonianze e richieste di aiuto.

Domanda. Cosa pensi dell’Aggiornamento n. 6 del 18 settembre 2026 (quello che sdogana le trasfusioni di sangue per i Testimoni di Geova)?

Risposta. A bruciapelo dico che per me non è una semplice modifica dottrinale. È qualcosa che mi tocca personalmente, perché per molti anni, come anziano e responsabile del Comitato di Assistenza Sanitaria, ho dovuto affrontare direttamente le situazioni in cui la questione del sangue diventava una questione di vita o di morte. Ho parlato con Testimoni ricoverati, con familiari terrorizzati, con medici e personale sanitario. Ho visto quanto questa norma potesse diventare pesante nel momento in cui una persona entrava in ospedale. Per questo, leggendo oggi che globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine vengono lasciati alla coscienza del singolo, la mia prima reazione è stata: ‘Se oggi questa è una questione di coscienza, allora perché per tanti anni abbiamo dovuto gestirla come una disposizione religiosa così precisa?’ Questa è la domanda che, da ex responsabile CAS, mi viene spontanea. Per anni noi anziani cercavamo di sostenere i fratelli affinché rimanessero fedeli alla posizione dell’organizzazione. Non era una cosa astratta. Quando arrivava una telefonata dall’ospedale, spesso significava entrare immediatamente in una situazione drammatica: parlare con la famiglia, con i medici, cercare alternative terapeutiche, comprendere cosa stesse succedendo e contemporaneamente tenere presente la posizione dei Testimoni sul sangue. Oggi una parte fondamentale di quella responsabilità viene restituita alla coscienza individuale. Io posso soltanto immaginare il sollievo che questo può provocare in alcuni Testimoni. Ma posso anche capire perfettamente la rabbia e il dolore di alcuni ex Testimoni che dicono: ‘Perché questa libertà non c’era quando io o una persona che amavo eravamo in ospedale?’ Dopo tanti anni passati dall’altra parte della barricata, questa è probabilmente la cosa che mi colpisce di più.

Come sarebbe cambiata la tua vita se questa posizione fosse stata in vigore quando eri ancora anziano e responsabile del CAS?

Risposta. Sarebbe cambiata radicalmente. Il CAS avrebbe avuto un ruolo molto diverso. Oggi, per questi quattro componenti principali del sangue, il Testimone non deve più sentirsi obbligato a conformarsi a una scelta prestabilita dall’organizzazione. Può valutare personalmente la situazione. Quando ero responsabile del CAS, invece, poteva capitare di essere coinvolto in situazioni in cui una famiglia doveva affrontare una decisione medica drammatica mentre contemporaneamente sentiva il peso della propria responsabilità religiosa. Ricordo il senso di responsabilità che c’era in quelle circostanze. Non bastava conoscere la posizione religiosa. Bisognava anche capire la situazione clinica, dialogare con i medici e cercare di aiutare il paziente a trovare alternative compatibili con le sue convinzioni. E qui c’è un aspetto che chi non ha mai avuto quel ruolo forse non può comprendere completamente. Quando sei al telefono con un medico che ti dice che una persona rischia la vita, non stai discutendo semplicemente di una dottrina. Stai ascoltando un medico che ti sta dicendo che il tempo è poco e che una decisione deve essere presa. E dall’altra parte hai un fratello o una sorella che vuole essere fedele a Dio. Quella situazione ti mette addosso un peso enorme. Se avessi avuto allora l’attuale disposizione, avrei potuto vivere quelle situazioni in maniera completamente diversa: il mio compito sarebbe stato soprattutto quello di aiutare la persona a comprendere le informazioni mediche e a prendere una decisione secondo la propria coscienza. Non avrei più avuto la necessità di preoccuparmi che una determinata scelta potesse essere considerata una violazione della posizione dell’organizzazione. Per questo dico che, per chi ha svolto il lavoro del CAS, questa modifica non è affatto una cosa astratta. Io quelle telefonate le ho ricevute. Quelle famiglie le ho incontrate. Quei problemi li ho affrontati. Ed è per questo che oggi guardo questo cambiamento con occhi molto diversi da chi lo osserva soltanto dall’esterno.

Rimane però il divieto di trasfusione del sangue intero. Secondo te prima o poi cadrà anche questo divieto?

Risposta. Sì. Personalmente sono convinto che alla fine arriveranno anche a questo. Non lo considero una profezia, ma la conseguenza logica della direzione che hanno intrapreso. La mia impressione, dopo aver conosciuto per molti anni dall’interno il funzionamento dell’organizzazione, è che stiano procedendo per gradi. Oggi vengono rimessi alla coscienza individuale i globuli rossi, i globuli bianchi, il plasma e le piastrine, mentre il sangue intero rimane ancora escluso. In questo modo il cambiamento è molto più facile da assorbire. Se dopo decenni di divieto si fosse passati improvvisamente dal ‘non accettare il sangue’ al ‘la trasfusione di sangue intero è una questione di coscienza’, all’interno della comunità ci sarebbe stato uno shock molto più forte. Procedendo gradualmente, invece, si riduce l’impatto e si dà alle persone il tempo di abituarsi alla nuova posizione. E devo dire che qualche turbolenza interna la si sta già vedendo. Perché molti Testimoni si stanno facendo domande che fino a poco tempo fa sarebbero state molto più difficili da porre. La domanda è semplice: se posso accettare secondo coscienza i quattro principali componenti del sangue, perché non dovrei poter decidere secondo coscienza anche sull’insieme di questi componenti, cioè sul sangue intero? Non so dire quando avverrà, ma sono convinto che prima o poi anche questa decisione verrà lasciata alla coscienza individuale. A quel punto, però, si porrà una questione ancora più profonda: se oggi una persona può decidere liberamente su quattro componenti fondamentali del sangue, sarà sempre più difficile spiegare perché la sua coscienza debba essere vincolata quando quei medesimi componenti vengono somministrati insieme. Per me, quindi, quello che stiamo vedendo non è necessariamente il punto di arrivo. È un percorso. E credo che l’organizzazione sappia perfettamente che una modifica graduale è molto più facile da accettare di un cambiamento improvviso.

Quanto ha inciso secondo te il divieto del sangue sulla fuoriuscita dei fedeli?

Risposta. Credo abbia inciso, soprattutto sulle persone che hanno vissuto direttamente situazioni mediche difficili, ma non sarebbe corretto attribuire al sangue tutta la fuoriuscita dai Testimoni. Nel mio caso, avendo lavorato per anni nel CAS, ho potuto vedere una cosa che forse dall’esterno non è sempre evidente: il problema non riguarda soltanto il paziente. Coinvolge il coniuge, i genitori, i figli, i fratelli e spesso anche gli anziani della congregazione. Una decisione presa in ospedale può avere conseguenze religiose, familiari ed emotive molto profonde.E quando una persona comincia a chiedersi se una determinata norma sia davvero una necessità biblica oppure un’interpretazione dell’organizzazione, quella domanda può diventare l’inizio di un percorso molto più ampio. Oggi poi c’è un elemento che secondo me può avere un impatto particolare sugli ex Testimoni: il confronto tra ciò che veniva richiesto in passato e ciò che viene permesso oggi. Una persona potrebbe dire: ‘Io ho rinunciato a qualcosa di importante perché credevo che fosse una precisa richiesta di Dio. Perché oggi quella stessa decisione è diventata una questione di coscienza?’ Questa domanda non può essere liquidata facilmente. Ma non direi che il nuovo aggiornamento farà automaticamente uscire o rientrare le persone. Chi ha lasciato i Testimoni spesso lo ha fatto per una combinazione di motivi. Il sangue, però, può essere stato per alcuni un punto di rottura particolarmente forte perché riguarda direttamente la salute e la vita.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Risposta. C’è una domanda che in questi giorni mi viene rivolta continuamente anche attraverso la nostra associazione Quo Vadis APS: ‘Perché proprio adesso?’ È una domanda molto importante. Io ho una mia convinzione precisa, maturata dopo molti anni trascorsi all’interno dell’organizzazione e dopo aver seguito da vicino le sue dinamiche. A mio parere, quello che stiamo vedendo sul sangue non può essere considerato soltanto un cambiamento dottrinale isolato. Credo che ci sia anche una ragione strategica più ampia: l’organizzazione ha bisogno di rendere più facile il proprio riconoscimento istituzionale nei Paesi in cui incontra ancora ostacoli, oppure nei quali sta cercando di ottenere un riconoscimento più pieno. E l’Italia, secondo me, rappresenta un caso particolarmente importante. I Testimoni di Geova hanno da tempo cercato di ottenere un’intesa con lo Stato italiano. Un riconoscimento di questo tipo avrebbe conseguenze molto importanti anche sul piano dei rapporti istituzionali e del trattamento fiscale, compreso il tema dell’accesso all’8 per mille. Per questo, quando mi chiedono perché proprio adesso, la mia risposta è: io penso che non sia un caso. Non posso naturalmente entrare nella testa di chi prende queste decisioni e dire di avere una prova documentale delle loro motivazioni. Ma, conoscendo dall’interno il modo in cui l’organizzazione ragiona e osservando la direzione dei cambiamenti, sono convinto che il riconoscimento istituzionale abbia un peso importante. E se questo obiettivo richiede di modificare progressivamente alcune posizioni che per decenni sono state considerate intoccabili, credo che vedremo altri cambiamenti. Anzi, personalmente penso che nei prossimi anni potremmo assistere a modifiche che oggi molti Testimoni stessi considererebbero impensabili. Il punto non è soltanto il sangue. Il punto è capire fino a che punto un’organizzazione religiosa è disposta a modificare le proprie posizioni quando queste diventano un ostacolo al riconoscimento sociale e istituzionale. E proprio per questo penso che quello che stiamo vedendo oggi vada osservato nel suo insieme e non come una singola modifica sulla questione delle trasfusioni. Perché se la mia lettura è corretta, il sangue potrebbe essere soltanto uno dei primi tasselli di un processo molto più ampio. Vorrei inoltre lanciare un appello a chi è ancora dentro e a chi guarda questa realtà dall’esterno: non fermatevi alla superficie di questi ‘aggiornamenti’. Modificare formalmente una circolare o smussare i termini dell’ostracismo non cancella decenni di sofferenze inflitte e di vite spezzate nel nome di una rigida ortodossia gerarchica. È fondamentale che l’opinione pubblica, i media e le istituzioni continuino a tenere alta l’attenzione, pretendendo trasparenza totale e diritti umani inviolabili per chiunque scelga di lasciare liberamente la propria comunità di fede senza subire ritorsioni affettive o sociali.

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